Cosa ispira un compositore nell’atto della creazione di un’opera? Un’immagine, un ricordo, una voce, un rumore? Forse tutto e niente, perché ogni compositore ha già in testa la strada che percorrerà…
Incontriamo Andrea, il 28 agosto 2025, nella casa che ha da poco affittato, nei pressi di Frigole, frazione del Comune di Lecce, una masseria del ’500 che è diventata ormai il suo nido. Ci accoglie con dolcezza e galanteria, modi d’altri tempi, diremmo oggi. Il caffè è già pronto e se non bastasse c’è anche la panna cotta con una particolare crema al basilico. Raggiungiamo la sua stanza al piano di sopra, che sembra pronta per una foto da copertina. Ci accomodiamo, mentre tra un sorso di caffè e un cucchiaino di panna parliamo dello scampato pericolo causato dall’incendio che il giorno prima ha bruciato diversi ettari di bosco e quasi lambito la casa.
È da un po’ di tempo che gli chiediamo di farci ascoltare in anteprima l’opera che ha appena finito di comporre e finalmente siamo qui, pronti a farlo. Con attenzione e cura, disinfetta le particolari cuffie che indosseremo e iniziamo ad ascoltare, ad occhi chiusi. Non diremo in questo preciso momento cosa abbiamo provato, ma vi racconteremo come tutto questo ha avuto inizio…
“In realtà, il compositore sa già che ciò che lo ha ispirato lo condurrà su una preziosa strada di ricerca e scoperta. Ogni idea, come uno specchio, viene posta su quella strada per restituirci una parte di noi, un messaggio che deve essere ascoltato e che il compositore tesse, ri-componendone l’immagine e liberandone la forma, come uno scultore fa con la propria opera. L’atto creativo diventa così un viaggio alla ricerca di sé stessi e del mondo che lo genera. Questo progetto e questa opera, che ne è l’essenza, sono il frutto di un vero e proprio “disegno” di vita che nasce tessendo le trame di una profonda amicizia a quelle della fede e della devozione a Sant’Antonio Abate, legate in particolare al culto del Santo nella città di Novoli. Sono l’anima, il nucleo di un percorso di vita e di ricerca, umana prima ancora che artistica, che mi ha condotto a questa terra e alla scelta di vivere tra le antiche mura di una masseria, registrando e ricomponendo i suoni dei – paesaggi sonori – della natura e della tradizione. Quest’opera rappresenta per me un viaggio. Corrisponde ad un mondo interiore che ad un certo punto incontra quello esteriore. È un percorso di vita tracciato da un cammino di fede, perché mi preme sottolineare che l’opera che ho voluto comporre è stata pensata per Sant’Antonio Abate, Santo al quale sono da sempre molto devoto. Il motivo ha radici lontane ed è legato ad un ricordo della mia infanzia, perché nella casa di mia nonna paterna, a Falconara Marittima, in una nicchia, posizionata dietro il telefono di casa, c’era proprio l’immagine di questo Santo. Io sono cresciuto con mia nonna, perché mia madre faceva la fornaia e mio padre il camionista, quindi entrambi si svegliavano molto presto. Avevamo una grande complicità, spesso facevamo delle lunghissime passeggiate nella natura, lei era una mezzadra, per cui era molto legata alla terra. A Natale il suo regalo consisteva in una castagna, un mandarino e una caramella. Ricordo che ogni volta rimanevo basito e se da un lato ero consapevole del valore che lei attribuiva a quei doni, perché glielo leggevo nei suoi occhi e nella sua genuina fermezza, dall’altro pur sapendo che doveva esserci qualcosa di molto profondo, non ne comprendevo fino in fondo il significato. Col tempo, ho capito che quello che era ormai diventato un rituale, aveva non solo un valore simbolico ma anche educativo. Ai tempi della guerra, e mia nonna l’aveva attraversata, il mandarino in Centro Italia poteva essere solo comprato, perché gli agrumi non li trovavi nel cortile, come pure la castagna, erano alimenti preziosi, della festa, cose semplici e belle, foriere della convivialità, della tavola, della mensa”.
L’inizio, di cui stiamo parlando, sono le proprie radici. Un famoso storico dell’arte, Enrico Crispolti, diceva che non si può conoscere un artista se non si conosce anche il contesto dal quale proviene. Andrea Piccinini è uno scienziato, un medico veterinario, un brillante ricercatore, un pianista, un organista ed un compositore delle Marche, ma anche un ottimo cuoco, che ad un certo punto della sua vita e per un caso puramente fortuito ha conosciuto un amico, originario di Novoli, e ha deciso di andarlo a trovare.
“Un amico mi ha consentito di conoscere questo luogo e soprattutto mi ha dato la possibilità di comprendere la grande devozione dei suoi abitanti verso Sant’Antonio Abate. Gli sarò molto grato, per sempre, perché ho avuto modo di capire cosa significa “sentire” il Santo, come presenza viva e come guida. Attraverso il mio lavoro desidero riportare a Lui la bellezza delle cose semplici che mi si sono manifestate e che sono state da stimolo per continuare a ricercarle in maniera ancor più minuziosa, immersiva e consapevole”.
Guardiamo spesso Andrea negli occhi, mentre si racconta e li vediamo brillare, il suo entusiasmo è contagioso. Gli chiediamo di sintetizzarci in una frase la sua poetica e siamo immediatamente accontentati.
“La ricerca della bellezza delle cose semplici”, questa è la mia idea propulsiva, perché in fondo, in qualità di patologo il mio lavoro consiste nel distillare tutto ciò che il tempo ha saputo conservare e restituire, nonostante la complessità apparente dei fenomeni, qualcosa di semplice ed essenziale. È un lavoro di ricerca fatto di ascolto e intuito che inizia da sé stessi. Il tempo conserva e restituisce, ma saremo in grado di cogliere solo ciò che siamo pronti a vedere. È un percorso durante il quale ci si prepara all’incontro con quell’idea. Il tempo è relativo, può essere quello del guizzo di un’intuizione o quello di una vita. Quando questo accade, prende vita uno spettacolo che è epifanico e maieutico: quell’idea mostra per un istante l’ineffabile bellezza che racchiude, portando un messaggio che parla anche di noi. La mia poetica artistica e narrativa percorre questa traccia, esplorando l’uomo e la natura umana nella sua complessità, antropologica e culturale, e, al contempo, nella sua più profonda e autentica semplicità. Per farlo, in molti dei miei lavori utilizzo tecniche compositive che fondono quelle della composizione “classica” per strumenti “analogici” e orchestra a quelle di elaborazione elettronica del suono”.
Andrea sembra uno scienziato di un’altra epoca, gli chiediamo a quale scienziato si sente più affine.
“Forse mi sento molto più affine a Leonardo da Vinci che non a molti dei miei colleghi bibliometristi, più attenti agli indici ed alle citazioni. Leonardo non era solo uno scienziato, ma conosceva bene la filosofia. Anche io amo la filosofia, che poi significa “amore per la conoscenza” e credo che da questo presupposto non si possa prescindere”.
Poi, in maniera più provocatoria gli chiediamo se è credente.
“Sì, e ricerco anche lo spirito nelle cose semplici. In esse trovo bellezza, pensandola come un dono di Dio, è un gesto d’amore. Credo che l’amore sia una tra le più nobili e alte forme di bellezza. Questa va ricercata, riconosciuta e accolta. Da essa, ed anche dal suo contrario, siamo circondati. Tuttavia, ritengo che ci siano degli stati emotivi che predispongono alla percezione della bellezza. L’arte in questo facilita, perché il percorso di chi esercita l’arte, nelle sue varie espressioni, predispone all’ascolto delle cose, aprendo ad una potenziale bellezza delle stesse. Credere significa accogliere”.
Intanto guardiamo la partitura e ne siamo ammirati, perché questa non è una partitura come tutte le altre… Ritorniamo a parlare di cosa rappresenta per lui.
“Questa composizione prende ispirazione da un viaggio, un percorso di vita, una ricerca interiore che ho intrapreso da molto tempo e di cui credo di averne avuto la consapevolezza sin da bambino. Non sappiamo mai dove questo viaggio ci porterà. Io, ad esempio, mi trovo in Salento, stregato da questo luogo, eppure non pensavo di venirci a vivere. A convincermi a prendere questa decisione, in un particolare momento della mia vita, abbastanza complesso per il termine del mio contratto di lavoro come ricercatore all’Università degli Sudi di Teramo e per alcune vicende personali, sono stati due miei carissimi amici, che oggi considero degli angeli custodi. Attualmente penso che i miei sacrifici e la mia stanchezza fisica di quel periodo siano stati ripagati dalla gioia che avrei provato pochi mesi dopo nel riuscire a realizzare ciò che avevo in mente e che sognavo da tempo, anche grazie all’incontro con i miei attuali professori di Patologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia con i quali lavoro, che hanno creduto nelle mie capacità. In quel periodo di profonda crisi, paradossalmente, ricevevo premi e riconoscimenti. In particolare, ricordo un Congresso scientifico in Calabria, dove subito dopo la mia relazione andai via per una crisi d’ansia ed il premio, che nel frattempo avevano deciso di assegnarmi, fu ritirato dalla professoressa, che, anni prima, fu per me docente e preziosa guida da studente e giovane dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Camerino. A pochi mesi da quel riconoscimento, ricevetti l’opportunità e la proposta di partire per l’Harvard Medical School, negli Stati Uniti d’America. Sono grato alla vita e ho imparato a coltivare l’abitudine di osservare gli eventi come tratti di un disegno che spetta a noi interpretare e comporre. Nulla accade per caso. Poco più di un anno e mezzo dal primo incontro sul treno con quei professori, meno di due orbite della Terra, eppure, da allora gli eventi si sono susseguiti con ineffabile sincronismo e precisione. Mi viene in mente un passo letto da Pensieri di Marco Aurelio: “Tutte le cose sono reciprocamente intrecciate, il loro legame è sacro e quasi nessuna cosa è estranea ad un’altra. Osserva costantemente come tutto nasca per via di trasformazione. Ed abituati a pensare che la natura universale, niente ama tanto quanto il trasformare le cose esistenti e crearne di nuove della stessa specie”. Aggiungo, chi cerca bellezza vedrà bellezza. Chi semina il bene ne raccoglierà i frutti. Dopo questa esperienza, per un po’ di tempo, ho lavorato come organista nella chiesa di Santa Maria della Neve, detta del “Portone”, di Senigallia, nelle Marche, ed il mio lavoro consisteva nel suonare a messe, funerali e matrimoni. Mi stavo allontanando sempre più dai miei studi e dalle mie ricerche. Tuttavia, il ricordo dei “miei” studenti, le lunghe e profonde chiacchierate con amici e professori, mantenevano vivo in me il desiderio di ricerca e di realizzare quel sogno. Quando decisi di trasferirmi in Salento per vivere in un’antica masseria, scelsi di mantenermi facendo il barista. Volevo servire gli altri, in maniera diversa, il tempo di un caffè. Eppure, nel tempo di quel fugace ristoro, trovai volti, persone e storie che mi ricordavano chi ero, restituendomi frammenti di quella essenziale semplicità che andavo cercando”.
Intanto il pensiero va a quelle persone che hai incontrato a Novoli, mentre con la tua apparecchiatura, piuttosto ingombrante, giravi per le vie del Santo, a documentare suoni, rumori, voci ed emozioni…
“Sì, nel gennaio 2024 arrivai a Novoli con microfoni e strumenti di registrazione del suono ad alta definizione che il mio maestro di musica elettronica del Conservatorio Gioachino Rossini di Pesaro, David Monacchi, mi aveva messo a disposizione. Sono grato al maestro e al Conservatorio per aver deciso di abbracciare e sostenere la mia missione artistica e umana. Grazie al loro inestimabile supporto artistico, umano e logistico questo progetto ha potuto prendere vita. Come compositore e scienziato sto imparando l’importanza di pormi nel più profondo e rispettoso atteggiamento di ascolto nella ricerca di ogni ambito. Questo fu lo spirito con il quale mi accinsi alla fase di registrazioni in campo. Il paesaggio sonoro nel quale siamo immersi è il risultato dell’interazione tra il patrimonio della biodiversità, di cui l’uomo fa parte, e l’ambiente. In questo senso, come una sorta di delicato “ecosistema” antropologico che affonda le proprie radici in secolari tradizioni, rappresenta l’impronta unica di una comunità e del territorio in cui essa vive. Vera e propria eredità sonora tramandata attraverso le generazioni, questo patrimonio acustico racchiude l’inestimabile valore dell’identità di una comunità, divenendo parte integrante del patrimonio immateriale dell’umanità. Registrare, conservare, tutelare e consegnare alle generazioni future questo patrimonio acustico, anche attraverso l’arte della composizione dei suoni, costituisce il cuore pulsante di questo progetto. Nasce così Lu fuecu, lu Santu, le stiddhe”.
Quale procedimento hai adottato per la stesura della partitura?
“Nella composizione, ho elaborato i suoni campionati spazializzandoli con tecniche avanzate di musica elettronica che permettono di ricostruire l’immagine sonora nella maniera più coerente alla realtà, seppur ri-composta, generando un paesaggio sonoro immersivo e tridimensionale in cui i suoni prendono vita su diversi piani prospettici e si muovono nello spazio che avvolge l’ascoltatore. Dalla potatura delle viti al suono delle fascine tra le sapienti mani dei costruttori, dai suoni della festa alla campanella del Santo e al fuoco, nelle registrazioni ho cercato di esplorare le profonde radici spirituali, antropologiche e culturali, che esprimono la devozione a Sant’Antonio Abate. Da questo nasce l’idea compositiva, con la volontà di porre la centralità del Santo, rappresentato dal suono della campanella, quale pietra fondante l’intera composizione. In essa, i suoni generano un paesaggio attraverso il quale prende vita una storia, nucleo centrale drammaturgico dell’intera composizione, che parla del Santo e di una comunità, fatta di donne e uomini, che affidano, attraverso le generazioni, l’inestimabile valore della propria identità. È mia volontà che tale opera, realizzata per il Santo, a Lui debba restare. Per questo consegnai, con richiesta di riservatezza il mio Progetto, questa mia opera, i dettagli della sua drammaturgia e della sua esecuzione tecnica e scenica alla Direzione Artistica e al suo staff della Fòcara 2025 di Novoli, a seguito di una mia proposta e di una loro richiesta nel dicembre 2024 e gennaio 2025. Esprimendo il mio desiderio che non fosse eseguita nei teatri, ma solo ed esclusivamente in presenza del Santo e durante le celebrazioni a lui dedicate”.
La partitura che Andrea si accinge a farci vedere, più che una composizione sonora sembra un disegno realizzato a matita, ogni azione è ben delineata ed ogni immagine ha il suo suono corrispondente. Su un piccolo foglio vediamo l’opera schematizzata e mentre ci spiega i vari passaggi Andrea si muove, le sue mani danzano e le braccia protendono verso l’alto, simulando il movimento della campanella che volteggia attorno alla Fòcara. Il titolo della partitura è: “Lu fuecu, lu Santu, le stiddhe”.
“Ho concepito questa opera come una composizione per paesaggio sonoro, archi, musica elettronica e danza. Nel farlo, ho deciso di prendere tre punti di riferimento: il Fuoco, il Santo e le Stelle. Il numero tre è ovviamente biblico e porta in sé la teoria dell’eterno ritorno: il presente coincide con il passato e il mondo, che si genera dal fuoco, nel fuoco si risolve per poi rinascere e ripetere il ciclo precedente, secondo la dottrina greca del grande ritorno, detta apocatastasi. Tre sono anche le sezioni che compongono l’opera. Ogni forma di composizione, compresa quella musicale, è il risultato di un equilibrio tra le parti che la costituiscono. Come un’architettura, i suoni si compongono sostenendosi in maniera plastica in un intreccio di linee, piani prospettici e contrappunti attraverso i quali l’opera prende vita. Una sapiente costruzione, come la Fòcara, che innalzandosi porta il suo messaggio, sprigionandone la sua energia. Ad introdurre la scena iniziale della partitura, ho voluto tributare un omaggio ad Antonio Vivaldi e alla musica barocca, con un diretto rimando al secondo movimento del suo Concerto per violino e archi in fa minore “L’inverno”, op. 8, n. 4, RV 297. Nella partitura orchestrale, in alto, sopra la parte dei violini, ho scritto l’indicazione agogica “Come brillar di stelle”. Noi compositori usiamo queste indicazioni per descrivere un andamento espressivo nell’interpretazione e nell’esecuzione di un testo musicale. L’ispirazione mi incontrò in una notte di luna piena in masseria. Era inverno e quell’atmosfera sprigionava un senso di attesa, restituendo intatta la sacralità di quei luoghi. Presi un foglio ed iniziai a scrivere poche parole, quante bastarono a dare inizio a quell’opera: “La sacralità, che volteggia nell’aria, accende nella notte dell’anima brillar di stelle. La luna silenziosa assiste il celebrar dell’antico rito. In lontananza, l’eco di antichi suoni riaccende il sacro fuoco. Ed a quel suon diresti che il cor si riconforta. Sinfonia dell’anima. Fuoco sacro.”
“In un flusso creativo, ho ricomposto quel paesaggio sonoro, tessendone tra le delicate trame suoni provenienti dal mio spazio interiore, quello della memoria, colmo di ricordi risonanti e improvvisi richiami. Così il canto notturno dell’assiolo, i cani in lontananza e il vento, suoni riprodotti con gli archi da Vivaldi nelle sue opere, diventano reali, in un abbraccio onirico che sospende l’ascoltatore in un’atmosfera di attesa dalla quale prende vita la drammaturgia dell’opera. La luna e le stelle, così come i bambini che giocano al richiamo del suono delle campane della festa che viene, sono la citazione ad una mia precedente opera dedicata al poeta Giacomo Leopardi, ai suoi versi e alla terra di origine che entrambi condividiamo, le Marche. Poi il vento, che si fa energia vitale, soffio vivificatore, spirito che prelude l’epifania del Santo. D’improvviso la voce di un fanciullo, elemento che ricorre nella partitura e pilastro drammaturgico che mette in atto un rito esegetico ed epifanico. Il fanciullo riconosce il Santo ed il Santo, in una sorta di gioco, gli appare manifestandosi, dapprima come fuoco fatuo nella notte, poi con il suono della sua campanella proveniente da diverse direzioni. È il fanciullo a riconoscere il Santo: solo a chi osserva con animo puro è dato scoprire la sacralità racchiusa nella bellezza delle cose semplici. D’un tratto, dissolve l’algente chiarore della notte al tepore di un focolare domestico di un’antica masseria, in cui la voce di antica memoria di un uomo racconta ad un fanciullo dei giorni della festa. È la parte centrale dell’opera, la cui nascita ha il sapore di un dono. Durante le registrazioni, Costantino Antonucci, detto “Tittino”, memoria storica della Fòcara di Novoli e storico Presidente del Comitato della Festa, volle donarmi un’intervista, vero e proprio testamento morale, che ho raccolto e documentato “incastonandola” nel nucleo della composizione, divenendone il cuore pulsante. Durante il racconto, la memoria si fa suono, aggregando pensieri come fascine al ritmo di danza di un tamburo. È l’antico rito che in quella memoria riprende vita, sempre identico a sé stesso, pur rinnovato, in un crescendo di suoni che si innalzano fino a raggiungere sulla sommità il Santo. Il rito divampa, risolvendo nel Fuoco la materia in spirito. D’improvviso il suono tace, sospeso in un rispettoso silenzio che prelude di quell’attesa il frutto. E in quel silenzio, fatto di fascine, fuoco e cenere, trova spazio il suono di una campanella. Come favilla volteggia nell’aria in una danza che sale fino ad accarezzare la luna. È il Santo. “Sant’Antonio!”. La voce di un bambino fa luce nel silenzio della notte. Oggi come allora. Il rito è compiuto. Così quel fanciullo che riconosce il Santo, nel tempo, si fa voce narrante, memoria storica che racconta di quell’antico rito affidandolo ad una nuova generazione. È il grande ritorno. Tutto viene generato dal Fuoco e in esso si risolve per poi rinascere. E ancora una volta sarà quel fanciullo ariconoscere il Santo: solo a chi osserva con animo puro è dato scoprire la sacralità racchiusa nella bellezza delle cose semplici. Sinfonia dell’anima. Fuoco sacro che non estingue”.
