L’incontro con il nostro ospite è frutto di una conoscenza che risale a qualche tempo fa (vedi articolo del 3 gennaio 2026 pubblicato su questa testata) e ad una promessa che ha consentito di realizzare questa intervista nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce, dove Luigi Cuna si è recato lo scorso 11 luglio.
Nel corso del “Concerto – intervista” a lui dedicato e realizzato all’interno della biblioteca, grazie al progetto “Libere di cantare tra le poetiche del cuore” che le volontarie del gruppo informale “Libere di leggere” hanno portato a compimento con la partecipazione del gruppo “Evasione corale”, Cuna ha donato due copie dei suoi libri “Voci libere” e “Giorgio Gaber”. Il viaggio canoro e poetico ha consentito a ciascuna delle detenute di esprimere, attraverso riflessioni semplici ma profonde, la propria sofferenza e manifestare i propri sentimenti attraverso il canto, perché anche in un luogo così difficile (vedi intervista a Maria Mancarella del 10 maggio 2025), ogni canzone regala emozioni.
Luigi Cuna, grande appassionato della canzone d’autore italiana, è un funzionario della Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa con sede a Parigi.
Come e quando nasce l’idea di scrivere un libro sulla storia della canzone d’autore italiana?
L’idea è nata da una scoperta da “consumatore” quando ho incontrato una ragazza napoletana che non conosceva Carosone. Sugli scaffali delle nostre librerie ci sono saggi e biografie che potrei definire monumentali, ricchi di approfondimenti e analisi per chi conosce già i protagonisti della canzone d’autore italiana; ci sono anche bellissimi libri illustrati pensati per la prima infanzia. Mancava una via di mezzo: un “ponte” capace di raccontare con leggerezza la nostra canzone d’autore, strutturato attorno a testi, divulgativo ed accessibile, che non si limitasse a informare, ma che sapesse incuriosire e avvicinare le persone a questo patrimonio immenso in modo piacevole, accompagnati da una componente visiva.
Perché ha scelto di scriverlo con Emanuele Felice?
Emanuele è stato mio compagno di università a Bologna. Con lui abbiamo condiviso la passione per la politica, l’attenzione allo studio dell’economia e la passione per la canzone d’autore. Ho immediatamente pensato a lui dopo la mia scoperta. Gli ho telefonato per chiedergli se avesse avuto voglia di scrivere con me questo libro che “mancava”. Lui ha accettato ad una condizione: scriverlo senza fretta. Una condizione che a me andava benissimo.
Quando inizia la sua passione per la canzone d’autore italiana?
Mio nonno ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale: forse la mia indignazione verso quell’adorabile ragazza napoletana che non conosceva Carosone nasce proprio dalla bellezza delle canzoni che mio nonno cantava con la chitarra. Poi la vera passione è nata durante gli anni del liceo. Negli anni in cui si scoprono tante cose importanti della vita, tra cui il valore e la forza della musica.
Il suo libro si intitola voci libere ma libere da cosa?
Libere prima di tutto dalle catene di quel sistema che voleva confinare la canzone a “semplice canzonetta”. La canzone d’autore italiana nasce proprio da questa aspirazione: il desiderio di riscattare la musica leggera, dimostrando che una canzone può avere dignità e riuscire a dialogare con la grande letteratura, la poesia, il teatro. Quando abbiamo cercato il titolo per questo libro così variegato, ci siamo resi conto che il vero filo conduttore era proprio questo. Gli artisti che raccontiamo in Voci Libere ci lasciano in eredità il loro coraggio di osare, di spingere le frontiere della propria ricerca lontani dalle logiche commerciali per essere fedeli alla propria identità. Voglio fare un esempio di questo percorso: Giuni Russo.
Quale è la canzone che più le piace e perché’?
Non ho una canzone preferita in assoluto. Ci sono tante canzoni importanti per me, che parlano a diverse componenti della mia personalità, della mia storia e del mio vissuto. Se penso al mio essere padre, per esempio, una canzone come “Le rose blu” di Roberto Vecchioni è una di quelle che non smette mai di emozionarmi.
Cosa distingue il cantautorato italiano da quelli stranieri?
Questa domanda meriterebbe una tesi di dottorato! Ma volendo riassumere, direi che una possibile risposta non può prescindere da due fattori. Il primo è il legame viscerale del nostro cantautorato con il territorio, la lingua e il dialetto. Io vivo in Francia, la terra dei giganti della chanson: lì sarebbe impensabile trovare artisti come Enzo Jannacci o ancora di più Pino Daniele, che hanno fatto dell’idioma locale la linfa vitale della loro narrazione e che costituisce un carattere dominante della loro discografia. Così come la vocalità di Antonello Venditti, tipica dalla sua “romanità”. Per non parlare del ruolo che hanno avuto artisti come Rosa Balistreri, Gabriella Ferri, Matteo Salvatore e tanti altri nella costruzione di una componente fondamentale del nostro cantautorato. Il secondo elemento è il “fattore Sanremo”. Per almeno due decenni, il Festival ha rappresentato una sorta di “polo oppositivo” contro cui i nostri cantautori hanno costruito un modello specifico alternativo rispetto a quella vetrina ufficiale. Ed è stata la ricerca di questo modello a rendere possibili molteplici opportunità di elaborazione artistica, favorendo collaborazioni e sperimentazioni che hanno portato il nostro cantautorato a diventare una componente prestigiosa della storia culturale e artistica del nostro paese. Inoltre, la formazione del nostro cantautorato è stata marcata da eventi drammatici (innanzitutto il suicidio di Tenco, poi il sequestro di De André e l’interrogatorio di De Gregori) che hanno contribuito ad elevare la dignità artistica del nostro cantautorato.
Secondo lei è più importante il testo o la melodia di una canzone?
Testo e melodia sono elementi imprescindibili e fondativi della canzone. Ovviamente la canzone d’autore italiana nasce dall’importanza attribuita al significato della canzone. In altre parole, una canzone d’autore non può prescindere dal testo, che diventa fondamentale nell’elaborazione del messaggio che intende condividere.
Cosa è cambiato nel corso degli anni nel mondo del cantautorato?
Anche questa sarebbe una domanda da tesi di dottorato! Ci sarebbero tantissime cose da dire. Se guardiamo alla cosiddetta prima generazione di cantautori, la loro era una narrazione essenziale e esistenziale, lontana dal modello di cantautore degli anni Settanta in cui prevaleva la componente sociale e collettiva. Con il passare degli anni non cambia solo l’offerta musicale, ma si trasformano inevitabilmente i gusti del pubblico, le tecnologie di produzione e la distribuzione, ridefinendo il modo stesso in cui fruiamo e ascoltiamo la musica. Oggi, per esempio, viviamo in un’epoca in cui la dimensione visiva e comunicativa è diventata imprescindibile.
Voci libere avrà una continuazione?
Beh, l’ha già avuta: il libro su Giorgio Gaber costituisce già una sua continuazione e magari il prossimo anno ci ritroveremo a parlare di lui. Detto questo, non so se scriverò altri libri. Conoscendomi, non mi lancerei nella scrittura di un libro senza avere in testa un progetto, un’idea chiara di quello che il libro vorrebbe apportare come valore aggiunto in un mercato in cui si producono tanti libri e purtroppo si legge molto poco.
Sono cambiati i tempi e la fruizione della musica, sono cambiate le persone ed il loro modo di ascoltare la musica, più legato agli utili, ma cosa è bene che non cambi?
Sarebbe bene se non cambiasse l’affermazione della musica come arte portatrice di un significato. Indipendentemente dal fatto che sia intimo, personale o collettivo e sociale. Che sia per celebrare la solitudine o la precarietà oppure la rivolta o l’introspezione. Avremo sempre bisogno di una canzone con cui accompagnare i nostri pensieri.
