Era il 3 ottobre del 1926 quando lo storico giornale La Provincia di Lecce pubblica l’intera pagina alla compianta Emilia Bernardini Macor, moglie dell’ illustre avvocato e giornalista leccese, Nicola Bernardini a cui è intitolata la Biblioteca della città. Fu la prima giornalista, portavoce di quel movimento femminile di emancipazione in un tempo in cui le donne vivevano ai margini dei fermenti politici e culturali.
Emilia Macor rappresenta una figura chiave del giornalismo locale, una figura di riferimento autorevole per la città di Lecce, animatrice dei salotti culturali ed al tempo stesso rivoluzionaria nella difesa dei diritti fondamentali che si facevano largo nella storia: il diritto al voto e la legge sul divorzio.
Si sposò a 22 anni e fu a lungo al fianco di Nicola Bernardini, condividendone il successo e la gloria. Una figura importante del nostro passato; anticipò un modello di donna contemporanea che, sebbene madre di 5 figli, portò avanti un progetto di modernità senza mai rinunciare alla cultura, alla scrittura, alla vita mondana. In casa, al lavoro, in famiglia, visse libera da pregiudizi, capace di sostenere con successo un ruolo di prestigio in un contesto spesso ritenuto appannaggio di soli uomini. Una donna audace che continua ad essere ancora oggi un modello culturale da seguire, che scelse il suo futuro con orgoglio e determinazione, senza paura e senza sottomissione.
Fu redattrice delle rubriche “Di piatto di taglio di punta”, “Punti, appunti e puntini” a cui seguì quella di “Farfalle Erranti”, vero lascito alle giovani donne della borghesia leccese, così attente alla “cultura delle apparenze”. Con lo pseudonimo di Ermacora, racconta con spirito arguto e una passione instancabile la moda e la storia del costume di un’epoca oggi quasi dimenticata. Lo stile narrativo dei suoi articoli, “gli stelloncini”, furono paragonati ai “mosconi” di Matilde Serao, altra grande giornalista del Mattino di Napoli, con la quale ebbe in comune coincidenze geografiche e tratti somatici.
Sebbene in gioventù fosse stata nostalgica e riservata, divenne poi simbolo di forza, di tenacia, dotata di una spiccata intelligenza, atipica in un contesto sociale arretrato e analfabeta, quale fu quello del sud Italia. Costretta ripetutamente ad emigrare in giro per il mondo dalla Romania alla Turchia, aveva vissuto con amarezza il distacco dalla sua terra. Fu sicuramente la scrittura un riscatto importante per la sua vita, tale da consentirle di essere anche l’amministratrice di se stessa.
L’avvocato leccese Alessandro Criscuolo ne traccia così il profilo: “Ora palese, ora non vista, ella sacrò le virili energie dell’anima eletta ad opere di bene per gli umili, per la carità e l’amore umano, nei giorni trionfali della patria e in quelli dell’epicedio”. Ebbe onori in vita ed in morte dalla città di Lecce che amò e da cui fu molto amata. Fu importante il suo contributo al successo del tenore leccese Tito Schipa che, in segno di riconoscenza, alla morte di Emilia Macor inviò una corona di fiori con una dedica struggente: “Alla mia seconda madre”.
Tanto ancora resta da fare dell’eredità della nostra, oltre alle antologie intitolate alle donne nella storia del Salento ed alle monografie a lei dedicate, questo lavoro nasce dall’esperienza del Progetto “Fimmine” della Compagnia ImprovvisArt che lo ha portato in scena lo scorso anno proprio all’interno di un luogo familiare quale la Biblioteca Bernardini di Lecce.
Un mio personale pensiero di gratitudine, per aver condiviso il palco, come redattrice, va alla musicologa Elsa Martinelli per lo studio condotto e per aver vestito i panni di Emilia Bernardini Macor.
