Sold out a Taviano per Francesco Buja ed il suo romanzo “Le sottane di Dio”

Taviano (Le) – Posti in piedi per il romanzo d’esordio dell’eclettico bohemien giornalista leccese Francesco Buja, “Le sottane di Dio” a Taviano presso la sede Amleto Martino il 30 ottobre.

All’invito della A.A.A. associazione aeronautica militare hanno risposto tutti i rappresentanti delle Forze Armate nelle rispettive sezioni territoriali. Alte uniformi, nastrini, gradi e spirito di corpo hanno svolazzato insieme alle sottane ed ai merletti. Don Graziano Greco, parroco del santuario di Maria Addolorata, ha tirato fuori la sua carta vincente, la sua sapiente preparazione, dimostrandosi il protagonista indiscusso tra i moderatori. Un vero “medico dell’anima” dolce cura e balsamo per il cuore,  che ha le ali blue perché figlio d’arte della A.M. il prete dal carattere affabile e gentile.

I libri, tanti, lasciati sui banchetti in serata a decantare come il buon mosto, durante i dialoghi, hanno esaltato il dolore, l’imbarazzo, desiderio e fragilità. Quale miglior consiglio avrebbe potuto elargire agli astanti intenti a godere del possesso dei libri, l’assistente all’ordine dell’allestimento, nel suo serioso silenzio e attonito smarrimento, in quella attesa  triste e tacitamente annoiata, se non quello di dire agli auditori di cercare di proteggersi da eventuale “intossicazione e veleno” di  tanto fervore, di difendersi da codesto aroma, profumo nell’aria?

Sì perché la carta scritta “profuma”  e Franco, il protagonista del romanzo, seduttore e sedotto, avvelena. L’incenso, la resina, le lodi ci dicono che Dio richiama all’ordine, Dio urla a tutti: grandi e piccini. Le “voci in sala” quelle nuove, infine, degli intellettuali impegnati e dei giovanissimi studenti universitari quelle che hanno piacevolmente dialogato con l’autore leccese. Raffaella Scorrano poetessa filosofa e scrittrice definisce Franco “un disadattato quasi ” se fosse ai giorni nostri, troppo lontano per abitudini e stile da un esame di realtà attuale. “E’ un dissociato quasi, forse un  malato Franco!” sottolinea la filosofa . Fa a lei seguito,  il giovanissimo psicologo, fresco di seconda laurea sul Diritto internazionale nelle sedi accademiche londinesi, Eugenio Mi: “La giovane fanciulla Annarella è la vera maestra di Franco a quanto pare!”; riflessione tanto dolorosa quanto profonda quella di Mi. La gioventù dinanzi alla quale Franco, protagonista della storia e lo stesso autore, l’esteta Francesco Buja,  si fermano e si arretrano; è dunque sinonimo di genio innovativo, di luce, di esempio vero e di speranza.

Buja passa la staffetta alla gioventù, dunque, non solo nello sport applicato e nel giornalismo d’assalto che cura con entusiasmo e freschezza,  ma anche nella vita e nella letteratura. Con la fanciulla egli può elevare il suo canto a Dio e la speranza per tutti di un futuro migliore. Un romanzo di cui sentiremo evidentemente ancora parlare a lungo da assaporare e ancora tutto da scoprire.

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