Referendum Giustizia, l’appello di Antonio Francesco Pezzuto: “Il Giudice torni a essere terzo. Voto SÌ contro quarant’anni di immobilismo”

Trepuzzi (Le) – Incontriamo Antonio Francesco Pezzuto in un momento cruciale per il panorama istituzionale italiano, a poche settimane dall’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo. La sua voce, autorevole e originale, rappresenta una testimonianza che ha profonde radici di impegno politico.

Laureato e specializzatosi a Modena, manager di grande successo nel settore farmaceutico, durante gli studi universitari ha consolidato i valori liberali grazie alla conoscenza e frequentazione con Giovanni Malagodi, storico segretario del Partito Liberale Italiano, Ministro del Tesoro e già Presidente del Senato, custode di un liberalismo rigoroso e intransigente.

Già candidato al Consiglio Comune Comunale di Modena, Antonio Francesco Pezzuto torna oggi in prima linea. Lo fa per perorare la causa della riforma della Giustizia, vedendo nel “SÌ” non solo una scelta tecnica, ma il naturale compimento di una vita spesa a difesa delle libertà individuali e delle garanzie del cittadino.

Pezzuto incarna quella “destra storica” e civile che ha segnato le pagine più alte della Repubblica, forte anche della sua tradizione familiare.

La separazione delle carriere e la “terzietà” del giudice. Perché questa modifica è considerata fondamentale per il cittadino e non solo una questione interna alla magistratura?

Il cuore del problema è il giusto processo. Perché un cittadino sia giudicato equamente, il Giudice deve essere un soggetto terzo, equidistante tra l’accusa e la difesa. Oggi purtroppo non è così: la carriera del magistrato giudicante è identica a quella del Pubblico Ministero. Questa contiguità crea una sorta di ‘solidarietà di corpo’ per cui il Giudice, nella maggior parte dei casi, tende ad accogliere le tesi del Pubblico Ministero. Separare le carriere significa rompere questo cordone ombelicale. Non è una questione burocratica, ma di libertà: il cittadino deve avere la certezza che chi lo giudica non sia il ‘collega di scrivania’ di chi lo accusa. Senza questa distinzione, la parità tra difesa e accusa resta un miraggio sulla carta.

A Modena con Giovanni Malagodi

Il superamento del “correntismo” tramite il sorteggio. In che modo questo meccanismo dovrebbe migliorare l’indipendenza dei magistrati?

Il sorteggio è l’unico anticorpo efficace contro le storture delle correnti. Attualmente, il Consiglio Superiore della Magistratura è ostaggio di logiche politiche interne che spartiscono incarichi e potere in base all’appartenenza a questa o quella fazione. Il sorteggio garantisce che i membri dell’organo di autogoverno non debbano la loro elezione a ‘pacchetti di voti’ o a favori da restituire. Dobbiamo smetterla di considerare i magistrati come una casta di intoccabili o dei ‘Padreterni’. Sono impiegati dello Stato che devono rispondere alla legge, non alle segreterie delle correnti. Solo così restituiremo dignità e vera indipendenza ai singoli magistrati, specialmente a quelli che vogliono solo fare bene il proprio lavoro senza piegarsi a logiche di potere.

L’Alta Corte Disciplinare. Qual è il vantaggio di un organo esterno per giudicare gli illeciti dei magistrati?

Il vantaggio è la fine dell’impunità. Oggi assistiamo a un paradosso: i magistrati non pagano mai quando sbagliano, anche se i loro errori consapevoli distruggono vite, famiglie e carriere. Nelle inaugurazioni degli anni giudiziari sentiamo elenchi infiniti di lamentele, ma la colpa è sempre degli ‘altri’. Non c’è mai autocritica. L’Alta Corte Disciplinare, con componenti scelti anche tramite sorteggio per evitare le solite lottizzazioni, deve servire a questo: rompere il muro del silenzio. Chi amministra la giustizia deve essere il primo a sottostare a criteri di responsabilità, umiltà e prudenza. Non si può pretendere di essere autoritari per cercare visibilità e notorietà, per poi sottrarsi al giudizio quando si commettono errori marchiani.

A Modena, giovane studente e candidato al Consiglio Comunale

Efficienza e modernizzazione. Molti critici dicono che la riforma non accorcerà i processi. Perché è comunque un passo necessario?

È necessario perché da quarant’anni la magistratura blocca ogni tentativo di cambiamento reale. Si dice che la riforma non acceleri i tempi? Io dico che senza una magistratura responsabile, preparata e leale nel confronto con le parti, nessuna norma procedurale funzionerà mai. Ho vissuto sulla mia pelle, in decine di processi civili e penali, scontri verbali con giudici e Pubblici Ministeri che cercavano di imporsi con atteggiamenti autoritari piuttosto che con la preparazione. Non mi sono mai piegato, anche a costo di subire decisioni punitive, perché credo nella Giustizia, quella con la G maiuscola. Modernizzare il Paese significa trasformare la magistratura da ‘casta chiusa’ a servizio trasparente per il cittadino. Il SÌ del 22 e 23 marzo è il primo, fondamentale passo per abbattere questo muro di gomma.

 

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