Di fronte alle crisi spirituali del nostro tempo e al rischio dell’appiattimento sull’effimero, il presule indica nella santità feriale e condivisa la vera forza rigeneratrice per Lecce e il suo territorio.
Lecce – Non una semplice rievocazione di tradizioni passate né una ripetizione acritica di riti antichi: la solenne processione che ha attraversato le vie del centro leccese con le statue dei Santi Patroni Oronzo, Giusto e Fortunato racchiude in sé un significato teologico e sociale profondo. È questo il cuore del Messaggio alla Città pronunciato dall’Arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta in Piazza Duomo, a conclusione del tradizionale cammino comunitario del 24 agosto 2026.
Nel suo discorso, l’Arcivescovo chiarisce subito il senso politico ed ecclesiale dell’atto pubblico appena vissuto: il contributo più grande che la Chiesa possa offrire per la crescita genuina e lo sviluppo della «città dell’uomo» è proprio la testimonianza della santità. Citando il teologo Romano Guardini, Mons. Panzetta ricorda che sono i santi a rendere “santa” una terra, poiché capaci di riscattare le vicende umane e trasformarle in percorsi di salvezza.
Il presule posa poi lo sguardo sulla realtà diocesana con viva gratitudine, riscontrando come il dono della santità sia già ampiamente presente nel tessuto sociale. Non si tratta solo dei Santi riconosciuti dagli altari o dai processi canonici, ma dei «Santi della porta accanto»: uomini e donne comuni che, nell’ordinarietà della vita quotidiana, mettono in pratica l’amore di Dio. Senza compiere gesti eclatanti o miracoli straordinari, queste persone trovano nella fede la forza per servire concretamente il prossimo, diventando un argine imprescindibile contro la deriva della comunità.
Ampio spazio del messaggio è dedicato a un’intensa analisi culturale e sociale del nostro tempo. Secondo Mons. Panzetta, la crisi di valori che attraversa la società moderna non è da addebitare soltanto ai mutamenti economici o politici, ma affonda le sue radici in una profonda crisi spirituale.
L’Arcivescovo mette in guardia da una «cultura relativistica» che convince l’individuo dell’impossibilità di trovare un senso profondo alla vita, spingendolo a una “navigazione a vista”, schiacciata sull’istante presente, priva di radici storiche e di prospettive per il futuro. Questa condizione genera una vera e propria «anoressia spirituale» e una sorta di “narcosi collettiva” — visibile ad esempio nella cultura dello sballo —, che colpisce sia i giovani sia gli «adultescenti», ovvero quegli adulti incapaci di assumersi responsabilità costruttive e propensi solo all’evasione.
In un contesto in cui è difficile rintracciare una direzione (lògos) e un fine condiviso (télos) per la convivenza civile, la figura del santo — di ieri e di oggi — diventa una proposta rivoluzionaria e controtendenza. Recuperando un’espressione dello psichiatra Viktor Frankl, Mons. Panzetta sottolinea la necessità di credenti capaci di «scavare a mani nude pozzi di significato».
I santi, attraverso la loro parresia (la franchezza e il coraggio della parola e dell’agire), testimoniano che un’umanità sanata dalla Grazia è possibile. Essi mostrano con i fatti che il Vangelo non è un’utopia, ma una forza concreta in grado di trasformare l’esistenza e restituire speranza oltre l’orizzonte puramente immanente.
Il discorso dell’Arcivescovo si conclude con un caloroso appello all’azione e al ritorno alla vita di tutti i giorni. L’esperienza della processione non deve esaurirsi nel momento celebrativo, ma tradursi in una presenza attiva e solidale all’interno della società, ponendo al centro l’attenzione verso i poveri e i più deboli.
Affidandosi all’intercessione dei patroni Oronzo, Giusto e Fortunato, considerati «padri nella fede», Mons. Panzetta esorta l’intera comunità leccese a «fare sul serio con Dio», per continuare a edificare una storia cittadina fondata sulla verità, sulla giustizia e sulla pace.
