
Novoli (Le) – È tutto esaurito al Teatro comunale di Novoli il 23 gennaio ultimo scorso. Lo spettacolo che va in scena è uno dei quattro drammi che hanno reso celebre nel mondo lo scrittore e drammaturgo russo Anton Pavlovic Cechov (1860-1904) “Tre sorelle” scritto nel 1901; regia Claudia Sorace, Drammaturgia/suono Riccardo Fazi, con: Federica Dordei, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli; musiche originali di Lorenzo Tomio, disegno scene Paola Villani, direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia, costumi Fiamma Benvignati, una coproduzione Muta Imago – INDEX, Teatro Nazionale di Roma, TPE Teatro Piemonte Europa.
Pochi oggetti in scena, un telefono, un registratore, una sveglia. Poi, il buio e poco dopo, al centro del palcoscenico, un piccolo cerchio di luce intorno al quale si dispongono tre donne. Inizia un suggestivo gioco con le mani, che si sfiorano, uniscono, sovrappongono, allontanano, lentamente, velocemente, evocando azioni temporali e suggerendo stati di affettività, il suono che accompagna la sequenza è fisso. “Se ne sono andati, se ne sono andati tutti”, dice una delle tre sorelle, e ancora, battendo le mani sul petto “qui dentro c’è l’inferno”. Riprende la danza delle mani mentre il cerchio di luce si dilata, e il tempo passato, presente e futuro si mescolano. “Undici anni fa, ieri, è morto nostro padre, il giorno del tuo compleanno, ce ne ricordiamo appena”, “Quando siamo partiti da Mosca, i miei alberi preferiti”, “Ci dimenticheremo di nostro padre, oggi ce ne ricordiamo appena”.
La storia narrata da Cechov è quella di tre sorelle Olga, Màscia e Irìna, figlie del generale Prosòrov, le quali da Mosca si trasferiscono in una piccola cittadina. Alla morte del padre, pur desiderando fortemente di fare ritorno a Mosca, per una serie di problemi non ci riescono. Olga inizia a insegnare, convinta che il lavoro le consentirà di combattere la solitudine; Màscia, vitale e spensierata, a diciotto anni sposa il professor Kulighin e Irìna, sempre con grandi speranze per il futuro, si fidanza con il tenente Tùsenbach, che il giorno prima delle nozze, in un duello, sarà ucciso con un colpo di pistola. Nel frattempo, Màscia s’innamora del colonnello Vierscìnin, che a Mosca era stato ufficiale nel battaglione comandato da suo padre, il generale Prosòrov. Con loro c’è anche il fratello Andrèi che avrebbe voluto diventare un professore universitario, ma che ora si accontenta di fare l’impiegato. Ha sposato la giovane arrogante e provinciale Natàscia, che dopo avergli dato un figlio lo tradirà. Il dramma si chiude al suono di una allegra marcia militare proveniente dal reggimento che si sta per allontanare, lasciando le tre sorelle con i loro sogni infranti, la loro solitudine e disperazione esistenziale.

Le azioni svolte dalle tre attrici seguono spesso tre strade diverse proprio a sottolineare il differente carattere delle protagoniste. Molto efficace la soluzione della maschera che sposta altrove lo sguardo. Il racconto di Cechov è riportato in maniera precisa, ogni stato d’animo trasferito grazie al movimento reiterato e alle insopportabili luci bianche intermittenti, stroboscopiche, che in due precisi momenti fungono da rallentatore. Al suono dell’acqua, sul fondale appaiono tre figure completamente avvolte da un tessuto metallico “Forse non sono neppure un essere umano”, dice una delle sorelle, poi, lentamente si adagiano a terra come a formare tre pozze d’acqua, l’incendio scoppiato in paese è stato finalmente domato e la vita tra alti e bassi va avanti. Il racconto procede col suo ritmo tra movimenti di danza ed episodi sintetizzati in frasi, il tutto appare molto efficace e si traspira un forte senso di angoscia. “Dobbiamo andare ogni cosa ha la sua fine”. Ogni evento è scandito in quella stanza dove tutto accade e prende forma, dove ogni sentimento è eviscerato e la paura di non comprendere il senso della vita e dunque la propria esistenza spesso supera la voglia di vivere. Il guardare verso la natura che più volte appare sul fondale, è una pregevole e delicata intuizione che evidenzia la cura di ogni dettaglio anche di quelli che appaiono anacronistici, e ciò che è proiettato è di rara bellezza, si tratta infatti di un particolare dell’Arazzo Millefiori detto Arazzo dell’Adorazione (1530/35), conservato nel museo di Palazzo dei Vescovi a Pistoia (ph. di Antonio Quattrone). In perfetta coerenza col dramma, lo spettacolo termina al suono della marcia militare e forse con la speranza che si riesca un giorno a comprendere perché si vive e perché si soffre.
Cechov nelle sue opere ha saputo trasferire gli stati d’animo della gente comune e il procedere della vita quotidiana con i suoi alti e bassi, momenti di disperazioni e di felicità. In particolare, nel dramma teatrale “Tre sorelle” Cechov concentra tanti dolori e assenze, desideri e attese, le stesse che con grande capacità e presenza scenica sono state trasferite sul palcoscenico che si è riempito di parole, di passione e di tormento. Tutto è arrivato a chi ha respirato quell’atmosfera ed in quelle domande ha ritrovato la propria inquietudine esistenziale.
