Lecce – Il Cinema Massimo di Lecce, il 10 aprile scorso, ha visto ospite del salotto del critico Eraldo Martucci lo sceneggiatore regista PIF in una sala gremita e festosa per la promozione del suo ultimo film “Che Dio perdona a tutti”.
Al secolo Pierfrancesco Diliberto nato a Palermo nel 1972, autore sagace, scrittore veloce e leggero, attore cinico ed acuto e conduttore radiofonico, è il regista pluripremiato col film “La mafia uccide solo d’estate” (David di Donatello e altri ) ed ha portato a battesimo nella città barocca Arturo, suo alter ego protagonista del film, agente immobiliare palermitano, scarso portiere di calcetto amatoriale, amante dei dolci alla ricotta come un vizio ossessivo. “I dolci in questa città sono una cosa seria. Chiedere qual è la pasticceria migliore è come chiedere qual è la religione migliore, ognuno ha la propria.”. I dolci con la ricotta della cassata, dell’iris, dello sciù, nel film sono immagini afrodisiache ed erotiche. Per conquistare la donna della sua vita, la bella pasticcera praticante cattolica (Giusy Buscemi attrice ex miss Italia) egli comincia a seguire alla lettera il Vangelo stravolgendo così vita e relazioni.
Di formazione salesiana come ha egli stesso ricordato con un sorriso radioso tra i selfie col pubblico, Pif si definisce un “bravo ragazzo” che usa la comicità come salvezza dalle tribolazioni “che subisce cercando di stare a galla”. Pierfrancesco parlando di sé in sala cinematografica tra pop-corn e poltroncine rosse di velluto, ha ammesso di gustare ed apprezzare anche il pasticciotto leccese, tra gli applausi, preferendolo al rustico salato, spesso venendo a Lecce in vacanza sentendosi “come a casa tra cugini”.
Particolarmente importante anche il dialogo con Papa Francesco, delirio o allucinazione, Bergoglio (nel film interpretato da Carlos Hipólito di Madrid classe 1956) “voce terza” che è coscienza, risveglio della fede intorpidita e cristallizzata di tanti.
Nel report documentario finale di Pif, epilogo del film, a Roma con Papa Francesco in sala udienze, che sorridendo diceva che “un vero cristiano deve essere disposto a lasciare tutto e a perdere tutto per la Fede”. O la malinconia per l’immagine recente di Dino Zoff a cui è dedicato il libro, tra gli spalti del calcetto amatoriale, mitico portiere di Italia nei mondiali del 1982 che ci vide allora campioni contro il Brasile per un 3-2. Un agnostico e la sua conversione cercata e sofferta tra ricordi di rosari e preghiere da fanciullo, tra gaffes di processioni improvvisate e stravolte tragicomicamente, tra ricerca di verità e lotta al razzismo e discriminazioni e tante dolcezze e prelibatezze: anche a costo di “rimanere cristianamente solo”.
