
In questi giorni, dal 12 marzo, è in scena in tutte le sale cinematografiche d’Italia l’ultima opera di Rocco Papaleo, “Il bene Comune”. Ancora una volta il regista si conferma un sofisticato poeta ed un raffinato pensatore libero. “La canzone del bene comune si ascolta soltanto alla radio”, risuonano le note in sottofondo. “La gente si commuove il tempo di un incanto ma poi si distrae allo stadio, la vita è un volo, ma non si accorge che nessuno si salva da solo”. Parole semplici ma importanti come il sogno che viene dal mare. Con la presenza di attrici di elevato livello, come il brindisino orgoglio conterraneo Vanessa Scalera “nuova versione della primavera del Botticelli” e la profonda Claudia Pandolfi “madre coraggio”; si ammirano Rosanna Sparapano intelligenza nel nuovo mondo, Teresa Saponangelo in cui essere ed apparire sono un’anima sola, Livia Ferri che incanta con la voce del cuore, il giovanissimo Andrea Fuorto pieno di bellezza e contraddizioni e Max Mazzotta con un ruolo crudele difficile ma strategico.
Cast coeso in armonia, elegante nei modi e nella narrazione, dai costumi leggeri e dalle nuances suadenti in un film commovente che rimane sulla pelle.
La Basilicata fa da sfondo a questo racconto poetico denso di significati e carico di riflessione, nonché di amare verità, nei suoi paesaggi ampi immensamente liberi, ricchi di libertà, di riflessione e distese infinite di vento, elemento di trasformazione e catarsi. Il teatro è dunque principe strumento di salvezza, psicodramma della propria storia in cupole come antichi anfiteatri greci e latini. Il sud del mondo nel sud d’Italia, in un continuo alternarsi tra speranza e delusione, tra ingiustizia e voglia di riscatto, tra dolore interno morale e ricerca disperata di aiuto. Si intrecciano temi importanti come quello della violenza sulle donne, del pregiudizio razziale, degli abusi in ambito lavorativo, delle regole che valgono solo per pochi in molti ambienti, non per tutti. Film romanzo delicato dal suono vintage e dalla nostalgia antica, che aspira al bene comune. Gesti semplici ma vitali come tagliare il pane ripieno caldo, come aiutare una delle protagoniste ad attraversare un ponte difficile affidandole una lumachina tra le mani, simbolo di una lentezza che va ritrovata e di una fragilità che va protetta con entrambe le mani e con l’anima.
Il femminile in questo romanzo cinematografico non solo viene difeso con semplicità, conforto e dolcezza come solo Papaleo riesce a fare, ma anche esaltato. Il regista recita come uomo liberatosi da catene dolorose e guida il gruppo in crescita all’interno di uno scuolabus giallo per i più piccini, in un viaggio spirituale e morale verso una salvezza interiore. Sì, perché proprio i valori dominano imperanti la narrazione: quello della famiglia, quello dei figli, quello del rispetto, dell’amore, della solidarietà, della cura che diventa speranza e dell’aiuto che diventa terapia, rinascita, riscatto e libertà. Il valore della trasparenza e della purezza delle parole, che sono le vere radici di quell’” albero “tanto ambito che le attrici in tutto il racconto cercheranno di raggiungere. Gli alberi come respiro, gli alberi come rappresentazione umana, gli alberi come fine ultimo a cui tendere nelle nostre terre, dove purtroppo essi sono stati tanto bistrattati, umiliati mutilati e sacrificati.
