A Koreja MOHÁBBAT, la danza che racconta l’Iran invisibile

 Il coreografo Afshin Varjavandi trasforma il corpo in strumento di resistenza e memoria nel foyer l’incontro con l’attrice iraniana Sanam Naderi

In Iran, oggi, il corpo è ancora un territorio conteso, controllato, sorvegliato, punito. Le donne vengono arrestate per un velo indossato male e molte persone perseguitate per aver rivendicato i propri diritti. È in questo scenario che la domanda diventa inevitabile: cosa resta dell’identità o della possibilità di “essere”?

Da qui prende forma MOHÁBBAT, lo spettacolo di danza contemporanea ideato e diretto dal coreografo Afshin Varjavandi insieme al collettivo INC InNprogress, in scena lunedì 4 maggio alle ore 20.45 ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce – appuntamento realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Lecce, nell’ambito del progetto D.I.A.R.Y. – Digital and International Arts through Research for Young artists.

Se nella realtà iraniana diritti fondamentali come l’uguaglianza di genere e la libertà personale vengono negati, nella coreografia questi stessi diritti diventano gesto, relazione, rifugio. La danza non racconta soltanto un Paese ma, attraverso il corpo, racconta il conflitto tra oppressione e desiderio di libertà, tra radici e fuga, tra ciò che viene imposto e ciò che, ostinatamente, continua a cercare di esistere.

Il titolo deriva da una parola persiana che significa “affetto, cura”, concetti che l’autore individua come nucleo profondo della cultura iraniana e punto di partenza dell’intera creazione.

L’opera, infatti, nasce come riflessione artistica e politica sulla condizione dell’Iran contemporaneo e, più in generale, sui contesti in cui vengono limitati i diritti fondamentali come la libertà di espressione, l’uguaglianza di genere e l’emancipazione individuale.

Attraverso il linguaggio del corpo, lo spettacolo pone domande cruciali: quale prezzo si paga quando si è costretti ad abbandonare la propria terra? Cosa significa intraprendere un viaggio senza ritorno?

In scena, i danzatori costruiscono una drammaturgia fisica che fonde gesto contemporaneo, ricerca sul movimento e tecniche di danza urbana, dando vita a una danza ibrida. Il gruppo si configura simbolicamente come una “famiglia” in esilio, rappresentando le molte persone costrette a lasciare il proprio paese in cerca di libertà e nuove possibilità.

Lo spazio diventa così un luogo immaginario e protetto: una sorta di rifugio o “spazio sacro” in cui non esistono violenza e sopraffazione e dove il pubblico è invitato a entrare emotivamente. In questo ambiente, memoria personale, immagini poetiche e richiami alla realtà si intrecciano in un flusso continuo, trasformando MOHÁBBAT in un’esperienza intensa e partecipativa, capace di unire dimensione intima e tensione collettiva.

Il risultato è uno spettacolo che coniuga estetica del movimento e impegno, in cui la danza diventa strumento di racconto e resistenza, capace di restituire, attraverso il gesto, il significato profondo dell’“affetto” come atto umano e politico.

MOHÁBBAT è, dunque, un racconto libero e senza una cronologia definita, una sorta di ‘flusso di coscienza’,di brain-storming, che si avvale di ricordi personali, episodi, telefonate familiari tra parenti distanti, mescolati a molteplici immagini e riferimenti drammaturgici: dagli scatti fotografici di Gianni Berengo Gardin, fotografo che molto spesso ha ritratto il volto dei profughi, degli emigranti e dei viaggiatori, ai dolci versi in stile haiku del regista persiano Kiarostami, maestro del cinema della malinconia e dell’esistenza. Traendo spunto dal poeta persiano Sohrāb Sepehri, che fin dall’infanzia fu rapito dal soffio del Mistero, da una “luce interiore”, che a lui pareva provenire da una stanza di colore azzurro nascosta dietro agli alberi di casa, i danzatori di MOHÁBBAT costruiscono uno spazio sacro immaginario, una fortezza, o un rifugio, dove non esiste alcun tipo di prevaricazione e di crudeltà e nel quale, con affetto, invitano il pubblico ad “entrare”. Un atto, un gesto che invita ad una riflessione semplice: se ogni essere umano mettesse tra le proprie priorità quella di avere cura degli altri, nessuno rimarrebbe privo di quell’attenzione di cui noi tutti, umani con virtù e debolezze, siamo bisognosi.

A seguire, Andrea Adriatico, docente di regia presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce dialogherà con Sanam Naderi, una delle voci dell’attivismo della diaspora. Attrice, traduttrice, educatrice e scrittrice iraniana, ha lavorato in Italia, in Iran e in diversi paesi europei con il Teatro dell’Argine e i Cantieri Meticci di Bologna e la Compagnia Moj Theatre di Teheran. Ha tradotto e pubblicato in farsi diversi testi tra cui I gemelli veneziani di Carlo Goldoni e Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. È autrice e regista di diversi spettacoli, alcuni dei quali presentati anche ai Cantieri Teatrali Koreja: Open, Padri madri e figli, La signora e il recentissimo Ragazza blu.

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