Novoli (Le) – Di tradizione, devozione e fede si è parlato il 14 gennaio 2026 presso l’Ostello Novello di Novoli con Maurizio Nocera, saggista e scrittore, Eugenio Imbriani, antropologo, scrittore e docente UniSalento e Salvatore Gervasi, regista, autore teatrale e moderatore della serata.
“Fuochi, ritmi e riti – ricorda Gervasi – fanno parte di un cammino iniziato anni fa e che ci porta in altre regioni d’Italia e non solo, a queste parole, quest’anno, bisogna aggiungere: passione, sogno, voglia di fare e devozione”. È importante sottolineare come quest’anno, più che in altri, la partecipazione dei giovani sia molto attiva, incentivati dalla voglia di esserci e di sentirsi parte di una comunità che grazie a questa antica festa rituale, offre agli occhi del mondo ciò che di più antico ha saputo custodire, la tradizione del fuoco e la devozione al Santo. La festa, però, per resistere, deve necessariamente sottomettersi alle leggi del marketing e come avviene per la società dell’immagine, deve apparire. Così facendo rischia di snaturarsi, pur diventando importante e consentendo di recuperare fondi per la realizzazione dell’evento, ma forse a scapito di quel gruppo di ricerca da affiancare al comitato scientifico, che serve a fare cultura partendo dalle tradizioni e che racconta l’origine del fuoco, dei suoni dei tamburi, della tipologia di legna da utilizzare e del significato che tutto questo poteva avere un tempo e che ancora oggi deve alimentare la tradizione da tramandare.
Partendo dal suo saggio su Sant’Antonio Abate, Maurizio Nocera racconta la storia del Santo e del primo monastero cristiano realizzato seguendo i consigli di Antonio, proprio nei pressi dell’attuale Gaza. Sant’Antonio Abate, nato il 12 gennaio 251 e morto il 17 gennaio 356 a 105 anni, fu un eremita e anacoreta tanto che per vent’anni visse in condizioni difficili chiudendosi in una tomba scavata nella roccia e cibandosi di solo pane. Nocera fa un dettagliato racconto del territorio salentino fino a parlare dell’elemento che domina prepotente sul rituale della Fòcara, il fuoco, necessario un tempo per fare spazio nelle campagne, per riscaldare d’inverno, per cucinare, per illuminare di notte.
Alla parola fuoco e a quello che di intrinseco e spirituale ruota intorno ad esso molto è stato detto nel corso della serata anche attraverso, gli interventi poetici in dialetto salentino della docente Maria Rosaria Vetrugno, di Gervasi che ha declinato nelle sue varie forme la parola focu o/e fuecu con detti popolari, grazie al contributo video della Fòcara del 2014 con i versi di Gregorio Marzo e con il cartone animato “U cippu e Sant’Antuono” di Gianni Polverino ed ai racconti delle persone che hanno contribuito a tramandare la tradizione della costruzione della Fòcara spiegando quanto sia difficile costruirla, e comprenderne il significato anche quando realizzata da artisti di fama internazionale, come nel 2015 con l’artista Jannis Kounellis, che con delle pietre diede alla base una forma di croce e nel grande covone infilò delle lance di ferro.
“Mentre la festa cambiava, anche la devozione sembrava scemare” così l’antropologo Eugenio Imbriani analizza un cambiamento nel modo di vivere la festa, meno sentita e partecipata rispetto al passato quando offrire la legna per la costruzione della pira significava privarsene. Ma la legna donata ritornava a casa sotto forma di cenere, di fuoco che continuava a riscaldare nelle fredde giornate d’inverno e che riuniva le famiglie intorno a quel braciere. Anche il cambiamento del luogo della costruzione ad un certo punto si rese necessario, perché il progresso aveva portato i tubi del gas ed anche una nuova consapevolezza dei pericoli ai quali si poteva andare incontro, fino alla sua recente localizzazione nella campagna, in un’area vicino piazza Tito Schipa, nel rispetto delle norme di sicurezza e per favorire la realizzazione di una Fòcara sempre più grande, come quella annunciata per questa edizione 2026. La trasformazione della festa, diventata un evento spettacolare e non più intimo, nasconde in realtà tante insidie che meriterebbero un approfondimento, insieme al folcklore che resta uno strumento importante per la valorizzazione del territorio e favorisce il marketing.
Oggi Novoli rinnova la propria devozione a Sant’Antonio Abate, e tra sacro e profano ben vengano gli incontri che alimentano la cultura.
