Lecce – Il 29 marzo prossimo, alle ore 16.30 il pomeriggio a Koreja si apre con l’incontro dal titolo L’ALTRA METÀ DEL LAVORO Il ruolo delle donne tra professione, informazione e rappresentanza: la presenza delle donne nelle redazioni giornalistiche e nei luoghi di produzione ha favorito, nel tempo, uno sguardo plurale sulla realtà: questo percorso, tuttavia, continua a confrontarsi con questioni che riguardano il pieno riconoscimento professionale, la stabilità delle condizioni di lavoro e una più ampia partecipazione ai ruoli decisionali.
La tavola rotonda intende offrire uno spazio di riflessione sul lavoro delle donne, mettendo a confronto esperienze e percorsi professionali che hanno attraversato e trasformato il mondo del lavoro nel corso dei decenni. A partire da ambiti legati all’informazione e alla produzione, fino alle molteplici realtà in cui il lavoro femminile ha rappresentato una presenza costante e spesso poco riconosciuta o raccontata, l’incontro proporrà uno sguardo ampio sulle forme, sulle condizioni e sul valore sociale del lavoro svolto dalle donne, concentrandosi anche sui processi di organizzazione, di rappresentanza collettiva e sul ruolo della tutela sindacale.
Dialogano Simona Cancelli, Segretaria Confederale Cgil Lecce; Claudia Mollese, Regista; Valentina Murrieri, Redattrice Lecce Prima e Segretaria Provinciale Assostampa Puglia. Modera: Antonio Soleti, giornalista e direttore di Paisemiu.it
L’incontro ad ingresso libero, è organizzato in collaborazione con Ordine Regionale dei Giornalisti, Assostampa Puglia, CGIL Lecce ed è accreditato per la formazione obbligatoria dei giornalisti.

A seguire, alle 18.30, LO SCIOPERO DELLE BAMBINE lo spettacolo con la regia di Enrico Messina che racconta il primo sciopero minorile della storia d’Europa (testi e drammaturgia di Domenico Ferrari, Rita Pelusio ed Enrico Messina con, in scena, la stessa Pelusio al fianco di Rossana Mola)
Nel giugno del 1902 il centro di Milano fu attraversato da un corteo di bambine. Cantavano l’inno dei lavoratori e marciavano verso la Camera del Lavoro. Erano le cosiddette “piscinine”, che in dialetto milanese vuol dire semplicemente le “piccoline”: ragazze, anzi bambine, che lavoravano come apprendiste presso le sarte e sartine della città. La più piccola aveva solo sei anni e la più grande appena quattordici e la loro infanzia, ben lontana da quella che potremmo immaginarci oggi, era spesa in un lavoro estenuante e malpagato, in ambienti insalubri e sotto la costante minaccia di abusi e sfruttamento. Il loro fu il primo sciopero minorile della storia d’Europa.
Oggi nessuno ricorda più chi erano le piscinine. Come nessuno più immagina la durezza e la miseria del mondo in cui esse vivevano. Eppure, per cinque lunghi giorni la loro mobilitazione, colorata, grottesca e rumorosa, a metà tra un gioco e un urlo di rivolta, fermò l’intera industria della moda milanese. Partite tra lo scherno generale suscitarono dapprima curiosità, poi simpatia ed infine il sostegno di importanti intellettuali femministe come Anna Kuliuscioff ed Ersilia Majno, nonchè l’appoggio dell’Unione Femminile e della Lega dei Lavoratori.
Queste minuscole creature combatterono contro i giganti del loro tempo. E il loro coraggio, la loro ingenua determinazione ottennero una vittoria inimmaginabile, segnando una pietra miliare nella lotta per i diritti del lavoro. Una storia dimenticata, che merita di essere riportare alla luce, raccontata come una favola in cui poesia e ironia si mescolano esattamente come nella voce delle bambine.
Questa è una di quelle vicende di cui il tempo ha coperto le tracce. Di loro si conoscono solo pochi nomi e alcune frasi raccolte dai giornali dell’epoca. Eppure la loro storia ci parla in modo diretto e potente. Forse perché le violente ingiustizie e le brucianti diseguaglianze del loro tempo sembrano prefigurare quelle verso cui sta andando il nostro. O forse perché il loro sciopero ci racconta che nessun diritto si conquista o si difende senza rischiare, senza mettersi in gioco e che la strada per la democrazia è uno sforzo costante in cui non ci si può tirare indietro.
Allora narrare l’epopea di quelle anonime bambine, di quella piccola crociata persa tra le righe della grande storia, non è solo un curioso aneddoto, ma diventa una necessità. Fermarci a osservare ciò che avveniva 120 anni fa non serve solo a capire il presente: ci insegna a costruire il futuro. Una storia che vogliamo ricostruire soprattutto portando alla luce la vita di quelle piccole donne a cui, oltre agli altri, era stato portato via anche il diritto a essere bambine, e che hanno trovato nella comune solidarietà e nella lotta un riscatto umano e sociale.

Motivante, tutt’ora di buon auspicio e descritto in una modalità asciutta tanto da poter essere universalmente compreso