Chi, tutt’oggi esclama, “Ahimè che vergogna!” rappresenta il latore di un grido espresso da chi riconosce, tra la gamma di emozioni, un sentire e una sensibilità particolari. Dall’altra parte colui che è vittima del sentimento di vergogna presenta un malcelato complesso d’inferiorità, come se la persona non si senta all’altezza in tanti ambiti e spazi vitali. In senso stretto tuttavia la vergogna è uno stato affettivo funzionale al benessere emotivo perché risponde ad una forma di adattamento all’ambiente che la esperisce e aiuta a rispettarne i valori condivisi mantenendo integro il sé nelle relazioni sociali.
Si parla tanto del sé e si inscrive appieno nella condotta caratterizzata da vergogna poiché spiega ancora una volta che esiste codesta cosiddetta centrale delle emozioni, detta appunto sé, che preserva dai mali postmoderni come l’ansia, la depressione, il panico e altre malattie del progresso. La paura di non essere troppo ed essere quindi considerati poco deve lasciare spazio ad un’intimità topica che non aspetta altro che esprimersi, soppiantando il “vissuto vergognoso” a carico della persona eccessivamente pudica, responsabile di un atto di chiusura nel rapporto interpersonale, poiché tocca il vuoto.
Chi voglia vincere lo spettro grigio della vergogna che accalda e arrossa il volto è bene che superi questa, definiamola così ingiustamente, patologia della vergogna, o per così dire il pathos che ne deriva, ritmandola gradualmente e al contempo accogliendola in primis. La presa di coscienza, ovvero la consapevolezza, mette al centro il proprio sé a discapito di un falso sé, che, ricordiamolo, è comunque utile perché è una difesa. Ma questa è un’altra storia.
