Il 25 ottobre scorso, a Lecce, presso i C.T. Koreja, all’interno della XXIX edizione del progetto Strade Maestre è stato presentato lo spettacolo: Cari spettatori – regia, scene, costumi, testo e banda sonora di Danio Manfredini, luci di Loic Francois Hamelin, aiuto regia Vincenzo Del Prete, con Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro, produzione Teatro di Sardegna.
Il Teatro è pieno e la scena è già allestita. Due letti, uno di fronte all’altro ed un piccolo tavolino nel mezzo, in fondo alla parete. Due i protagonisti, Arturo e Gino, molto diversi nell’aspetto, carattere e modo di fare, che da quando sono fuori dalla comunità, vivono insieme in un piccolo appartamento messo a disposizione dalla Caritas. Uomini fragili, parte di quelle persone ai margini di una società ancora poco inclusiva, che addita coloro i quali sono affetti da malattia mentale e che spesso se ne dimentica, anche solo per non prendersene carico, abbandonandoli alla loro solitudine e disperazione esistenziale.
Il racconto, come dirà il noto drammaturgo Manfredini, al termine dello spettacolo, è ispirato a due importanti incontri accaduti nella comunità psichiatrica Casanuova, di Milano, all’interno della quale, per molti anni, ha svolto attività laboratoriale e condotto atelier di pittura. Nel 1997, nel corso di uno dei tanti momenti di confronto, un ospite della struttura psichiatrica gli dettò un copione, un vero e proprio flusso di coscienza; ancora, nel 2010 un altro paziente gli consegnò dei dvd, contenenti vari episodi di vita in comunità ed un cortometraggio dal titolo “il treno delle stelle”.
I personaggi di Cari spettatori, Arturo e Gino, ognuno a proprio modo, riflettono sulla vita, sviscerando le proprie aspirazioni. Arturo appare essere il più introspettivo e malinconico dei due, molto probabilmente è quello che soffre di più, perché ancora cosciente e capace di comprendere e analizzare il proprio vissuto. Nel corso dei suoi interventi, contesta il fatto che l’approccio alla sua malattia mentale sia solo farmacologico. Evidente è il suo stato di profonda solitudine, che non riesce a colmare pur svolgendo le necessarie attività quotidiane in casa e uscendo per la spesa, le sigarette, e nonostante si relazioni telefonicamente con i dottori che lo hanno in cura e con la fidanzata, alla quale vuole bene, ma con la quale si rende conto di non poter avere una relazione più seria. Gino, invece, ha l’atteggiamento di un bambino che sogna di diventare grande e famoso scrivendo un copione teatrale che parli di rivoluzione, tecnologia, minaccia atomica. Fanno da sottofondo le voci, reali, dei pazienti della comunità di Milano, che Danio Manfredini ha saputo con grande maestria inserire all’interno del suo spettacolo.
Arturo, sul finale si rivolge direttamente agli spettatori presenti in teatro, come a voler sottolineare e riaffermare quel titolo indicato “Cari spettatori”. Dunque, Cari, come nell’incipit di una lettera, non solo per aver ascoltato un racconto, ma per esserne diventati i depositari, i testimoni di uno squarcio di vita reale, e per aver saputo accogliere quella oggettiva difficoltà che si manifesta nel comunicare la propria sofferenza emotiva.
