
La vergogna, fortunatamente, ha ancora libertà di cittadinanza fra adulti, giovani e ragazzi che perdono la speranza dell’altezza, parafrasando Dante, in contesti ambiziosi da cui metodicamente poi si esce vittoriosi se si sa come fare.
La parola vergogna è la manifestazione di un disagio che deriva dal giudizio altrui talvolta per un’azione considerata inadeguata o allorquando ci si misura con colleghi, avversari o autorità incontrate sul nostro cammino. Ben venga invece la vergogna considerata dai più come un’emozione positiva, come è intesa psicologicamente, che rende edotti dei propri limiti e dell’importanza e del ruolo che si ricopre nella micro e macro società.
Nel Terzo Millennio sperimentiamola ancora, avendo però ben presente che dopo il primo passo consistente nell’accoglienza dobbiamo razionalizzarla, trasformandola grazie alla mindfulness, ovvero alla consapevolezza, secondo il linguaggio scientifico, in una risorsa, una possibilità reale che ci rende degli outsider nelle competizioni, nel senso sportivo del termine. Chi arrossisce in una conversazione ben conosce la colonna d’Ercole che si frappone fra sé e l’altro.
È dunque una forma di rispetto, comprensione, compassione e amore per sé e l’altro, codesto stato di ben-essere e si conquista prendendone chiara coscienza.
