“Vergogna!”, sui social è un’invettiva, non solo tra i follower, anche in piazza, in casa, in spazi inter-attivi capita di urlare: “Vergognati” per indurre l’altro ad un atteggiamento rispettoso della morale comune.
Il vocabolo “vergogna” lo si usa altresì per invitare qualcuno a prendere le distanze da contesti scomodi in senso lato. Ma c’è chi ancora lo adopera come un verbo riflessivo, cioè in una dimensione intrapersonale magari esibendo un timido sorriso. Nel linguaggio familiare si dice “Che ti vergogni?”, ossia nell’ambito di un comportamento un tantino eticamente disdicevole. Pure un coro di “Vergogniamoci” è il verbo migliore per portare l’interlocutore ad arretrare di un passo e decidere di “espiare” a beneficio di una realtà che promuove caratteristiche proprie del “buon-senso”, per così dire.
In ultimo c’è chi dice tra sé e sé “Mi vergogno” stringendosi nelle spalle e abbassando la testa. In tutti i casi citati la vergogna ha un posto nella comunicazione verbale e nel modo di essere delle persone di ogni età, ambiente geografico e posizione sociale. Se vogliamo conoscere l’ampiezza del fenomeno “vergognoso” mettiamoci in ascolto con il nostro Io profondo. Scopriremo che il problema che si viene a creare quando ci si imbatte nella vergogna diviene un’opportunità per conoscersi più approfonditamente e migliorare.
