
Sant’Oronzo. Affezionarsi ad un Santo circondato da un alone di leggenda; leggenda, a dire il vero, che riguarda non pochi santi della prima cristianità. Tener stretta questa leggenda, legati come siamo alla somma protezione che il Santo ispira.
Nella nota posa benedicente, la statua di Sant’Oronzo, dall’alto della colonna nell’omonima piazza, veglia sulla città, e dal sommo della porta da cui partiva la strada per la gemella città di Rudiae, benedice e protegge Lecce come nel Seicento benedì e protesse la Terra d’Otranto dall’epidemia di peste.
Se volessimo individuare, fra le tante rappresentazioni plastiche e pittoriche che riguardano il Santo, l’immagine che ce lo restituisce nelle sue prime vesti, dovremmo allora trovare il tempo di lasciare Porta Rudiae, percorrere via Libertini, attraversare la piazza del Duomo, salire i sei gradini che ci separano dall’ingresso, entrare nel Duomo, camminare lungo la navata centrale, a metà strada, volgere lo sguardo a destra, verso quella laterale, fermarci nella terza cappella, e lì lasciarci catturare da un dipinto tanto imponente quanto suggestivo. È un’ opera a doppia firma: iniziato dal gallipolino Giovanni Andrea Coppola e portato a termine dal leccese Antonio Verrio, suo allievo, alla sopraggiunta morte del Maestro nel 1659. La tela narra la conversione di Sant’Oronzo da parte di San Giusto, allievo di San Paolo, da lui incaricato di portare la Lettera ai Romani. Giusto, a causa di una tempesta, approdò naufrago sulle sponde dell’Adriatico, l’attuale lido San Cataldo, dove avvenne l’incontro con il patrizio leccese, Oronzo, che fu portato da San Giusto alla conversione e al Battesimo.
Il Maestro si occupa dell’impostazione generale del dipinto, definisce lo sfondo paesistico, con un’enorme fronda che ricorda il paesaggio classico, e, nel fondo, un esile richiamo alla costa; facile riconoscere il suo tratto nelle due classiche teste delle donne inginocchiate a destra. Nella figura di San Giusto, Coppola si esprime appieno. Il Santo, monumentale ed etereo al tempo stesso, la mano destra alzata e l’indice verso il cielo, assume una posa che riecheggia Raffaello, creando spazio e distanza tra lui e l’azione concitata che gli si para davanti.
Verrio conclude il dipinto ed è lì che ci mette del suo. L’artista è interessato al movimento dei corpi, a rendere vivace il racconto, più naturale la scena che si apre ricca di pathos e tensione: Oronzo, di cui scorgiamo il volto barbuto, in groppa al cavallo, fatica a mantenere l’equilibrio tanto che pare che stia per essere disarcionato. Un novello San Paolo folgorato sulla via di Damasco? E ancora, fermato dall’indice imperioso di Giusto, allarga le braccia, torce il busto, la mano destra ben aperta. Al centro, a focalizzare e catturare il nostro sguardo: lo sforzo del servo, la sua veste rosso-arancio mossa dal movimento del cavallo, che egli tenta di trattenere, ritratto con la groppa in primo piano.
E la luce? La luce privilegia azione ed estasi, termina infatti sul volto rapito delle due figure femminili al margine del dipinto, dopo aver attraversato la scena e toccato le spalle, il braccio, l’anca di Oronzo, il dorso del cavallo, il corpo e la veste del servo e una figura raccolta, pare, in preghiera.
Se ci fosse un elemento naturale a fare sintesi del dipinto, questo sarebbe il vento: un vento forte che muove l’azione narrata a sinistra, una placida brezza che soffia nella parte destra della scena.
Dicevamo, un’opera a doppia firma. A quattro mani. Un’aria a due voci.
Un basso continuo e le sue variazioni.
Gabriella Manca