Chi è l’altro? La definizione è a tutti nota: qualcuno o qualcosa di diverso, differente, inteso genericamente. Eppure, nella nostra quotidiana vita abbiamo sempre a che fare con l’altro: lo troviamo lungo le strade che percorriamo, nei negozi, nei mezzi pubblici, negli uffici. Alcuni diventano meno estranei di altri, e per questi adottiamo un termine più familiare: conoscente; oppure, amico. L’altro, allora, diventa compagno della nostra vita, o almeno di una parte di essa.
Il tempo che stiamo vivendo, segnato da questa pandemia del Covid-19, costretti come siamo a modificare abitudini e consuetudini, ci porta a mettere a nudo il nostro modo di guardare l’altro. Il rischio è di indossare questa mascherina per sentirsi bene, sicuro, per evitare, ancora una volta, il contatto con l’altro. Ma a ben riflettere quante volte questa mascherina l’abbiamo indossata anche in tempi non segnati dal coronavirus. Quante volte l’altro lo abbiamo catalogato come differente tout court, e dunque da non avvicinare per evitare il contagio, fisico e culturale: l’altro come diverso da me.
Leggendo le pagine del libro di Emmanuela questo aggettivo e pronome indefinito, come vuole la grammatica della nostra lingua italiana, è tornato più volte in primo piano, quasi ariete per sfondare la porta del modo di percepire e catalogare la realtà. Quante volte associamo all’altro un sostantivo – paura – che ci descrive un senso di insicurezza, di smarrimento, e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario, di fronte a una persona che appartiene socialmente a un mondo diverso. C’è la paura del futuro, di non riuscire a consegnare ai nostri figli e nipoti un mondo migliore e un futuro sicuro per loro. Ma c’è anche una paura differente legata al proprio ambiente, sovrastrutture sociali che ci fanno guardare con diffidenza, se non altro, chi appartiene a una classe diversa, che giudichiamo subito “inferiore”. Infine, c’è la paura di chi, abituato a vivere in un ambiente dove le regole della convivenza sono dettate dalla cosiddetta legge del più forte, l’unica strada da percorrere è quella secondo la quale solo conservando un potere, essere temuto dal gruppo, si può andare avanti, e crescere nel rispetto dell’altro.
La vita, nel microcosmo della scuola “Pirandello” nel quartiere Paolo VI di Taranto, esalta proprio tutto questo: il giudizio, o se volete il pregiudizio, di chi guarda la differenza sociale e culturale, da un lato; e la paura del futuro, dall’altro, insieme a un male interpretato senso del potere, se così possiamo definirlo, da conservare, aumentare, per essere sempre individuato come quello più forte, cui si deve rispetto.
Eppure, c’è sempre la possibilità di una strada diversa da percorrere. Ci viene in aiuto la bella immagine del grande scrittore russo Lev Tolstoj, il quale, nel suo libro “Il Regno di Dio è in voi”, descrive la verità come una lanterna nelle mani di un viandante, che “non vede ciò che la lanterna non rischiara ancora; non vede la via percorsa e che è già ricaduta nell’oscurità; ma in qualunque luogo si trovi, egli vede ciò che è rischiarato dalla lanterna, ed è sempre libero di scegliere l’una o l’altra strada della vita. Vi sono sempre delle verità invisibili che non sono state ancora rivelate allo sguardo intellettuale dell’uomo; vi sono altre verità già vissute, dimenticate ed assimilate dall’uomo, e vi sono certe verità che sorgono davanti a lui alla luce della sua intelligenza e che egli non può non riconoscere”.
Emmanuela, nella sua azione di educatrice, ha acceso questa lanterna, prima di tutto nella sua ricerca personale, nella scelta di essere accanto ai ragazzi con i quali giornalmente si trova in contatto. Per prima cosa, la luce ha illuminato il modo diverso di proporsi, dopo l’esperienza nella scuola governata dalle suore Mercedarie. In questo senso è molto bello il racconto del percorso da casa a Taranto con le riflessioni su cosa l’attende e su come muoversi. Più di un viaggio in macchina, è un’ora di dialogo, di introspezione per capire e capirsi. Scrive: “C’è una cosa che mi colpisce del Paolo IV, ovvero l’assenza delle domande. Ogni espressione, ogni comportamento, ogni parola appare il risultato di una rassegnazione intervallata da sprazzi di rude, ingestibile, entusiasmo. Ci si rassegna quando domandando un futuro migliore, la risposta è sempre quel caustico silenzio che penetra le viscere”. E in altra pagina, aggiunge: “Pensai ai ragazzi che avrei incontrato dopo pochi minuti, a quanto stupore potesse essere ancora in loro e quanto ne avessero perduto, quanta voglia di restituirglielo si annidasse in me”.
Certo il passaggio deve essere stato sicuramente un trauma; ma non sono forse le sfide che ci fanno crescere? Non deve essere stato nemmeno semplice inserirsi in una comunità di docenti, dove l’ambiente esterno aveva già fatto entrare la rassegnazione, e, insieme, la certezza che è difficile se non impossibile cambiare la realtà. In più, lei arrivava con la memoria di un istituto dove ragazze e ragazzi si alzavano di scatto non appena entrava l’insegnante, mente lì, alla “Pirandello”, li vedeva ciondolare per i corridoi con più frequenza rispetto al tempo trascorso in classe.
Ma lei è “capitosta”, come le dice la madre in quel viaggio assieme verso Taranto. Va avanti per la sua strada, e inizia il dialogo con i ragazzi; certo non facile, con ostacoli da superare, incomprensioni, e si chiede: “Quali nomi avrei dovuto dare alla speranza per infonderla ai ragazzi? Mi avrebbero guardata come si guardano i politicanti in campagna elettorale o come la novella illusa, ultima nella schiera di spacciagioie illuse che la salvezza sia sempre a portata di mano? Oppure avrebbero voltato il capo altrove per evitare di mandarmi a quel paese?”
Forse la spinta vera viene dal dialogo con Padre Saverio, da quelle sue parole con le quali le dice di aspettarsi “un vuoto pazzesco, e l’incapacità di riempirlo”; ma nello stesso tempo, le suggerisce, “ogni giorno, con la santa pazienza, aggiungerai una palata di sabbia sotto ai piedi, ogni giorno salirai di un centimetro e con te chi cerca di scalare il declivio”. Non le nasconde, il religioso, le brutture di quel luogo, la violenza, la droga, ma le dice anche: “Io ho sempre creduto in una cosa: che l’umanità sia la strada per l’umanità. Questi ragazzini non l’hanno persa, l’hanno solo ricoperta di squame”.
Ed ecco la molla che dà vita al dialogo con i ragazzi, che cerca di far capire loro che non tutto è già scritto, e che hanno nelle loro mani la chiave per aprirsi un futuro diverso, migliore; passare dal dialetto alla lingua italiana, come chiede a Mimmo, spavaldo ragazzo che nel giorno del compleanno si presenta con una rosa che tiene sotto il giubbotto, per non essere prese in giro dagli altri, per non perdere la faccia. Quale successo migliore per Emmanuela; ma, forse, dovrei scrivere gioia, felicità, e non successo.
Così con Linda che Emmanuela, davanti alla madre che ha voluto accompagnarla in macchina per vedere la scuola dove insegna la figlia, la definisce “una delle migliori ragazze del Paolo VI”; Linda che scriveva sul banco e sul tavolo della nonna; Linda che non parla dei genitori, e che si stupisce quando la professorè le dona dei fogli sui quali scrivere i suoi pensieri, perché non vadano persi.
Dalla lettura di questo libro arrivano tanti messaggi positivi. Ma vorrei evidenziarne principalmente due: il primo effetto della paura è l’anima arida, la desolazione; il sottostare a regole non scritte dettate da un rispetto nei confronti di chi le impone: e questo vale nei confronti del violento, ma anche di una società che si volta dall’altra parte e lascia che le cose vadano avanti in quel modo. La risposta è proprio nel rispondere facendosi carico delle attese, dei cambiamenti e dei problemi, nell’agire per portare il proprio contributo positivo.
L’altro aspetto è in quell’immagine della palata di sabbia da aggiungere ogni giorno sotto i piedi per salire e accompagnare chi cerca di scalare il declivio.
C’è una bellissima favola che nel mondo africano viene raccontata ai bambini, la favola del colibrì. Scoppia un forte incendio nella savana e tutti gli animali scappano compreso il Re della foresta, il leone. Ma, scappando, si accorge di un colibrì che va in senso opposto, verso l’incendio. Gli dice: ma che fai, stai andando proprio verso il fuoco. No, risponde il colibrì, vado verso il lago per raccogliere l’acqua e versarla poi sulle fiamme. Ma con quel becco piccolo potrai versare solo alcune gocce. È vero, ma io faccio quanto è in mio potere.
Come dire, poche gocce non sono nulla; tante gocce possono spegnere l’incendio.
Dalla prefazione a firma di Fabio Zavattaro
