In un lontano 1984, se la memoria non mi inganna, in occasione di una celebrazione eucaristica nel giorno onomastico di don Franco, da appena due anni parroco di S. Antonio Abate, toccava a me rivolgergli un pensiero augurale a nome della comunità parrocchiale, sia per la festa onomastica che per il suo giovane servizio parrocale nella parrocchia intitolata al santo anacoreta della Tebaide. Ricordo, e qui senza timore di memoria fallace, di avergli rivolto, tra le altre, le parole di un antico manoscritto medievale, citato dal gesuita Padre Varillon, nel suo ‹‹La souffrance de Dieu››. Le riporto qui di seguito: ‹‹Un prete dev’essere un paradosso: grande e piccolo insieme. Di spirito grande e aperto, un re. Semplice e naturale, di carne contadina. Un lottatore per vincersi, un uomo che porta i segni della lotta con Dio. Una sorgente di santificazione, un peccatore perdonato da Dio. Padrone dei propri desideri, uno schiavo dei timidi e dei deboli. Che guarda negli occhi i potenti, ma ascolta e impara il linguaggio dei poveri. Discepolo del suo Signore, servo del suo popolo. Un mendicante con le mani bucate. Un possidente di doni senza numero. Un uomo che combatte in prima linea. Una madre che consola gli ammalati. Con la saggezza degli anni e la semplicità fiduciosa di un bimbo. Teso verso l’alto, con i piedi ben piantati a terra. Figlio della gioia, forte come il dolore. Lontano dai raggiri, che anticipa il futuro. Dalla parola leale e discreta. Amico fedele della pace. Un lavoratore instancabile, sempre fedele e stabile… Così diverso da me!››.
Alla fine della liturgia, don Franco mi chiese quel pensiero scritto con la biro su un foglio protocollo, confidandomi di aver molto gradito e apprezzato quelle parole e, sorridendo, concluse: ‘spero che non sia poi così diverso da me’. Il sacerdote è, in fondo, l’uomo della sintesi dei contrari, a nulla chiuso, ma da tutto separato. I poli della sua fede sono la divinità e l’umanità del Signore Gesù, in cui Dio si fa storia e appello e l’uomo risposta e lotta. Uomo spesso preda del limite e sofferente, ma aperto all’inesauribile dono di Dio. Immerso completamente nei giorni della vicenda umana, ma dalla fede reso esperto che il cammino della storia ha la direzione del definitivo e dell’assoluto. Si caratterizza per una obbedienza incondizionata, sotto l’ascolto della Parola, ma è insieme totalmente libero rispetto agli avvenimenti, al ricatto degli amici e degli affetti; dalla vita della Chiesa accetta come guadagno per sé e ricchezza per gli altri lo ‹‹sfratto continuo›› della sua persona, dei suoi affetti e delle sue aspirazioni. Così mette a disposizione la ricchezza della sua disponibilità totale di apertura alle necessità della chiesa e dei fratelli.
Queste agili pagine vogliono essere un piccolo ricordo e un ‘grazie’ postumo all’uomo e al sacerdote, che ci ha lasciato da qualche mese, da parte di chi ha avuto la possibilità di incontrarlo negli anni del suo lungo ministero presbiterale, soprattutto come parroco di comunità ecclesiali che egli ha guidato con zelo e passione, facendone comunità attive e consapevoli della responsabilità della testimonianza cristiana in un mondo che corre a velocità sostenuta.
Dalla prefazione a firma di Giovanni Mazzotta
