È in una visione complessiva, complessa, stratificata, in una costante ricerca di penetrazione dei significati, in una articolata molteplicità di direzioni, che Giuseppe Pellegrino muove la sua poesia, tendendo la parola fino allo spasimo, a volte fino alla figurazione deformatoria, ponendola come confine tra il sentire profondo e la sua rappresentazione. Per cui frequentemente risulta azzerata ogni differenza fra le sfere della realtà e quelle dell’immaginazione, della memoria, della visionarietà, del sogno. Ogni fatto è determinato esclusivamente dalla parola, da un linguaggio che configura l’universo e poi si mette ad attraversarlo, ad indagarlo per poterlo conoscere e, dopo averlo conosciuto, per rielaborarlo. Se è vero che il motivo o il movente poetico può essere rintracciato in un grumo esistenziale, è altrettanto vero che quel motivo o movente poi si ritrova a confrontarsi serratamente con la condizione del linguaggio, con gli imperativi dello stile, con le forme dell’espressione. Le ragioni della vita si rispecchiano in quelle della scrittura: a volte trovano una rassomiglianza; ma quando non la trovano sono le ragioni della scrittura ad assumere un’assoluta rilevanza.
Così la parola di Pellegrino si stringe tutta dentro l’essenziale, si fa quasi archetipica, si affida al sensoriale, fino a proporsi come traduzione dei riverberi e degli effetti della sensorialità. Ecco, dunque, che l’esito verbale si impone come proposito primario: quasi un fiato primordiale, un soffio del caos, una sillaba originaria. Pellegrino vuole solo parole che siano carne vene sangue voce fiato.
Il significato spesso è affidato all’analogia, all’audacia dell’immagine e l’audacia è rappresentata proprio dalle cose consuete, dall’elemento quotidiano che si trasforma in simbolo di una condizione di tenace resistenza al tempo che devasta.
Pellegrino non vuole che quello che dice possa essere detto altrimenti. Vuole che ogni parola sia definitiva, insostituibile, assoluta. Perché dentro ci ha messo tutto quello che ci voleva mettere; perché dentro ci ha messo gli entusiasmi e gli sfinimenti che lo hanno portato a scegliere quella parola e non un’altra, quel susseguirsi delle parole, quel ritmo, quella combinazione. Così gli sono risalite dalla profondità della coscienza o del sub inconscio e così dovevano farsi concretezza. Quello che dice è consapevolezza di destino, proviene dalle profondità dell’emozione, dalla lucidità della ragione, da un sentimento doloroso del tempo, da uno stupore di esistere, da una meditazione sui concetti. Poi c’è il mestiere, certo. Il mestiere si vede nella forma studiata accuratamente, pensata, ripensata, lavorata con determinazione. Sa bene, Giuseppe Pellegrino, che le parole hanno inganni e hanno sortilegi, che la forma può avere vaghezza e può avere precisione. Sa che il primo verso talvolta è ispirazione e che tutto il resto è fatica dura, un corpo a corpo con il linguaggio, senza mediazioni, senza intercessioni. Bisogna saper levare. Pellegrino sfronda il lessico e la sintassi portandola verso la soglia sulla quale ogni dicibilità diventa un azzardo, dove il sé riesce a mostrarsi nella propria sostanza oppure si occulta per sempre. Ecco, su quella soglia, il sé di Giuseppe Pellegrino si mostra con tutto il carico di significati, con tutta la profondità che la poesia s’impegna a scandagliare.
Dalla prefazione a firma di Antonio Errico
